Cesare De Marchi
 
 
 
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Scuole di lingua

 

La discussione intorno alle scuole di scrittura creativa avviata da Dario Voltolini su queste pagine mi ha fatto ripensare alla questione su cui s'imperniava uno dei grandi dialoghi platonici, il Menone: se la virtù possa insegnarsi. Al termine di una dimostrazione avvincente e incalzante cadeva - come si sa - una conclusione negativa. Il nocciolo dell'argomento era che, se la virtù fosse insegnabile, esisterebbero maestri di virtù: ma in Atene, per quanto si cercasse, non si riusciva a trovarne. Se c'è una cosa che invece oggi abbonda, sono i maestri di scrittura creativa. Non dovrebbe quindi esserci dubbio che questa possa insegnarsi. Ma lasciamo la logica lucida e minuziosa del grande greco, anche se è difficile, una volta che la si sia evocata, sottrarsi al fascino del suo modello. È un fatto che nelle cosiddette scuole di scrittura creativa ha luogo un insegnamento e, presumibilmente, un correlativo apprendimento. Chiunque, del resto, avrà constatato di aver imparato certi elementi dello scrivere dalla semplice lettura, e non esiste romanziere o poeta che, per quanto prepotente sia il suo talento naturale, non si sia avvantaggiato dell'esperienza dei suoi predecessori. La questione diventa allora: che cosa si può realmente insegnare e imparare in una scuola di scrittura creativa?
      Su questo aggettivo, «creativa», bisogna soffermarsi. Creare significa produrre originalmente, fare quello che nessuno aveva fatto prima. Per converso si insegna, e si impara, sempre quello che esiste già; e, in un secondo senso, si insegna e impara mediante quello che esiste già. Così, ad esempio, da Molière e Goldoni posso imparare come sono fatte le commedie; e, indirettamente, acquisire la capacità di scriverne a mia volta: beninteso, la capacità tecnica di fare, non ancora quella dell'originalità artistica.
      Ogni processo didattico presuppone pertanto l'esistenza di una tradizione, intesa come quel patrimonio culturale, o più specificamente letterario, che si è venuto costituendo e consolidando nel tempo: in Italia, diciamo dal Cantico delle creature in poi. Tale patrimonio, o una parte di esso (generalmente la più recente) viene trasmessa da chi insegna a chi impara. Di creativo in questo processo non c'è e non ci può essere niente. Così stando le cose, converrebbe forse sostituire alla dizione «scuola di scrittura creativa» quella di scuola di scrittura letteraria (o giornalistica o critica ecc.), denominazioni che potrebbero poi raccogliersi tutte sotto quella di scuola di lingua.
      Il fine di una didattica della scrittura è mettere chi impara in condizione di articolare un contenuto di idee in un testo avente certe caratteristiche fondamentali, che per la verità potrebbero variare non solo da scuola a scuola, ma da una testa all'altra. Qui dovrò riferirmi al punto di vista, inevitabilmente unilaterale, della mia. Il testo cui pensa la mia testa non ha bisogno di essere un racconto, può anche essere un articolo di cronaca, una relazione aziendale o un intervento sulle scuole di scrittura. La sua prima funzione, per così dire pre-letteraria, è comunicare il proprio oggetto con ordine e chiarezza espositiva, con precisione e in un periodare sciolto e possibilmente gradevole. Non vorrei passare per quello schizzinoso fautore della prosa d'arte che certo non sono, ma è un fatto che oggi in Italia si scrive abbastanza male: il lessico appare incerto e approssimativo, l'interpunzione così arbitraria che spesso bisogna leggere e rileggere per cogliere il senso di una frase, le frasi stesse traballano nel costrutto e nel tono mescolando un po' a casaccio il culto e il parlato.
      Questi difetti, presenti in molti testi italiani originali, si fanno poi estremi in quelli tradotti. Il problema (cui qui posso solo accennare) non è secondario: tutti, anche gli scrittori, leggono e si formano principalmente su testi stranieri in traduzione; la scadente qualità delle traduzioni, unita alla tendenza delle case editrici a diluire le difficoltà dell'originale per poter mettere quanti più libri possibile alla portata del massimo numero di potenziali compratori, ha finito per produrre una specie di Weltliteratur di massa ad usum Delphini. La nostra recente produzione letteraria (ma anche extraletteraria) ne risente in modo evidente.
      Qui vedo un compito, arduo ma davvero fondamentale, per le scuole di scrittura. Esse possono e devono, come chiunque, servirsi di testi tradotti; ma con alcune avvertenze. Da un romanzo o dramma straniero si possono ricavare indicazioni utili per costruire una trama, per legare le scene, per condurre i dialoghi; tuttavia, se appena ci si addentra nella fattura del periodo, nella scelta del lessico, insomma nella tessitura più impalpabile ma anche più sostanziale dell'artigianato letterario, si brancola improvvisamente nel vago. Quello che leggiamo è passato attraverso un filtro che lo ha intorbidato. La cosa migliore a questo punto è ricorrere all'originale (un esercizio comunque utilissimo per chi vuole studiare «scrittura») e, trasponendo il testo nella nostra lingua, ripercorrere il processo di ideazione e verbalizzazione che l'autore ha compiuto nella sua. Qui si può imparare molto, ma a condizione di possedere già cognizioni e capacità solide nell'uso della lingua italiana: e queste - piaccia o non piaccia - si acquistano sui testi (troppo frettolosamente detestati sui banchi di scuola) della tradizione letteraria nazionale.
      Nella mia idea, quindi, le scuole di scrittura dovrebbero essere scuole di lingua, che promuovano e trasmettano una «normalità linguistica», ossia un italiano di base, comune e comprensibile a tutti, che io vorrei chiaro, lucido, scorrevole, corretto, fondato su un lessico ricco e perspicuo, sostenuto da una sintassi agile e non ambigua, da un'interpunzione semplice e precisa: insomma qualcosa di simile alla prosa francese tra Sette e Ottocento, o alla nostra tra l'Unità e la prima guerra mondiale. La mia non è una dichiarazione di poetica, ma una proposta didattica: la padronanza della lingua di per sé è neutra, e ne possono scaturire tanto il barocchismo di Gadda che la «scrittura bianca» di Camus o la gelida scarnitezza di Beckett.
      Efficace strumento di comunicazione intellettuale, questa lingua è insieme docile strumento dell'atto di scrittura originale (o «creativa»). La quale da parte sua non mancherà di sottoporre a tensione e forzare, o perfino distorcere e sovvertire la normalità linguistica da cui ha preso le mosse, e che deve pure essere carne e sangue di chi scrive: giacché, per ripudiare un padre, bisogna averlo conosciuto.
      Qualunque uso si voglia fare della lingua, essa è e resta strumento: come un martello; e senza un buon martello non sarà mai possibile piantare il migliore dei chiodi nel migliore dei muri.

(«l'Indice», maggio 1998, p. 32; © Cesare De Marchi)

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