Cesare De Marchi
 
 
 
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Il bacio della maestra - testo 2

 

L'urto violento del pallone non fece male, ma lui se ne sentì ributtato indietro irresistibilmente, fino a toccar terra con le natiche. Qualcuno rise, o almeno gli sembrò. Non importava, era più saldo che mai nella sua risoluzione: si vaneggiava pronto anche al sacrificio, come quel portiere russo di cui aveva sentito raccontare che, pur di salvare la propria porta, si era lanciato a un folle salto ricadendo contro il palo e spezzandosi il collo. Così non ebbe la minima esitazione, poco dopo, a gettarsi nell'aria… sentì il corpo staccarsi curiosamente da terra e tutta la sua fragile mole sospesa, le braccia annaspanti sulla destra, verso quel disco marrone che ruzzolava e trabalzava attraverso il bianco silenzio della polvere: lo sfiorò con le dita guantate nell'attimo in cui esso spariva oltre il suo sguardo riverso e qualcosa di aguzzo gli penetrava nella spalla. Non capì subito l'accaduto; poi vide sopra di sé Andrea fissarlo coi gelidi occhi chiari, sporgendo la piccola bocca puntigliosa: «Bastava allungare la gamba.» Anche Maurizio, dietro di lui, scrollava la testa.
      La trafittura, cedendo, gli permise di ritrarre le braccia e rimettersi in piedi. La difficile costrizione esercitata su di sé non era servita; in compenso però aveva vinto la paura della caduta e si era tuffato come un portiere vero. Si rese conto che il più e il peggio era fatto: il resto era semplice questione di prontezza, di scattare non appena il misterioso filo della traiettoria si definisse nel volo del pallone. Ebbe quasi subito l'occasione di mettersi alla prova: e questa volta tutto gli si manifestò in una strana lentezza acquosa, a cominciare dalla nuvoletta di polvere che vide gonfiarsi sulla punta della scarpa di Maurizio e dal pallone, che s'ingrossava davanti ai suoi occhi, arricchendosi minuziosamente delle geometrie delle cuciture e perfino delle scalfitture del cuoio… il suo stesso volo gli sembrò quasi un librarsi nell'aria e un morbido ricadere, in là, ancora più in là, verso il montante di legno squadrato, scheggiato in basso dai calci, e a ridosso di quello vide l'imminente, immancabile schiaffo del pallone sul palmo della mano protesa, e il suo rimbalzo oltre la linea di gesso del campo. C'era riuscito: aveva parato; e gli bastava, anche se nessuno fu altrettanto pronto a elogiarlo adesso quanto prima a biasimarlo.

(Il bacio della maestra, Sellerio, Palermo 1992, p. 96-97; © Cesare De Marchi)

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