Cesare De Marchi
 
 
 
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DALL'INTERIORITÀ ALLA PAROLA ARTISTICA

 

Conversando con lo scrittore Cesare De Marchi

Cesare De Marchi è uno degli scrittori più noti ed apprezzati del panorama letterario contemporaneo nonché stimato traduttore. Nato a Genova, per lunghi anni ha vissuto a Milano. In seguito si trasferisce nella campagna tedesca e poi a Stoccarda, città nella quale risiede e lavora attualmente. Il pubblico presente alla manifestazione culturale di domenica 16 maggio sull'italiano a Zurigo ha avuto il privilegio di ascoltare Cesare De Marchi che, attraverso riflessioni molto acute, ha illustrato in che cosa consista la scrittura letteraria e che cosa sia un romanzo. Le escursioni poetologiche da lui proposte hanno messo in luce gli elementi salienti del suo lavoro di scrittore nonché la sua passione per la scrittura che scava dentro il reale creando mondi possibili costituiti unicamente da parole. Prima della sua brillante conferenza, Cesare De Marchi si è gentilmente prestato a una conversazione che ha voluto mettere a fuoco le diverse sfaccettature della sua attività artistica.


Fra le peculiarità del suo modo di narrare colpisce la minuziosità delle descrizioni, come se le parole volessero afferrare la realtà più nascosta.

Questa mia minuziosità è soltanto un'impressione e credo sia in parte un malinteso, nel senso che le mie descrizioni non sono minuziose perché esaustive: al contrario sembrano minuziose perché si fermano su un dettaglio. Quando osserviamo la realtà, ci fissiamo sempre su qualche cosa che magari non notiamo di primo acchito e su cui ci soffermiamo in un secondo momento. Ciò è molto importante nella caratterizzazione dei personaggi, ognuno dei quali ha certi tic, certe piccole caratteristiche anche esteriori, alle volte linguistiche, che lo restituiscono abbastanza vivo soprattutto nel caso dei personaggi secondari. Diverso è il caso dei protagonisti, per i quali lo scrittore fa un'opera più ampia di introspezione, riproducendo i loro pensieri, i loro sentimenti. La comparsa, invece, si lega a un dettaglio: trovarlo è fondamentale. Ortega y Gasset, che ha scritto uno dei saggi più acuti sul romanzo, sostiene che i grandi romanzi sono opera di immensa minuziosità attraverso la quale viene creata quella temperie che rimane impressa nella mente quando pensiamo a un'opera significativa. Difficilmente ne ricordiamo una determinata situazione, ma di certo resta impressa la temperie generale dell'opera.


Quali sono le ragioni profonde che spingono Cesare De Marchi a impugnare la penna e a riempire di segni la pagina bianca?

Scrivere nel senso di fare o cercare di fare letteratura, non ha una ragione. Scrivere risponde a un bisogno profondo di chi scrive, è una specie di imperativo cui non ci si può sottrarre. Aristotele dà una risposta più articolata, benché in fondo tautologica, sul perché dell'attività artistica: imitare (cioè rappresentare), dice, è connaturato agli uomini, e tutti gli uomini prendono diletto dai prodotti dell'imitazione. Dal punto di vista di chi scrive c'è una sorta di coazione. L'idea poetica si impone allo scrittore e questi scrive al modo in cui essa "ditta dentro", come scrive Dante nella nota terzina del Purgatorio. Questa coazione a scrivere assume l'aspetto di una dettatura, o piuttosto di una dittatura: dettatura fa pensare alla scrittura come fosse un processo automatico, come se al poeta arrivassero parole da chissà dove, che poi scrive. In realtà quella che gli viene è semplicemente un'idea. La quale a un certo punto si manifesta, non sappiamo né perché né come, venendo a galla dal profondo pozzo della personalità. In questo momento si prendono appunti, poi altri e altri ancora, finché si lascia intravvedere un tutto. Quando questo tutto incomincia a comporsi, si scrive, si tenta cioè di dargli espressione comunicabile ad altri. La "dettatura" è quindi limitata a quell'idea che si presenta alla fantasia, mentre la "dittatura" è quel processo di subordinazione di tutta la nostra persona di scrittori a questa idea che si è imposta all'immaginazione. Rendere questo complesso di idee della fantasia in un complesso di parole comunicabile e che susciti, in chi le legge, un'emozione paragonabile a quella che ha suscitato in chi le aveva da scrivere, è il lavoro arduo e appassionante dello scrittore.


Un romanzo deve suscitare emozioni in chi legge, altrimenti è destinato a rimanere lettera morta. Tuttavia, lei distingue nettamente fra emozione letteraria ed emozione non letteraria: la prima prodotta dai romanzi artistici, l'altra dai romanzi di intrattenimento che speculano sull'immedesimazione psicologica del lettore. Quali sono gli elementi che differenziano questi due tipi di emozione?

Capita spesso di leggere un romanzo che non ci cattura. A ogni pagina ci chiediamo che rilievo abbiano per noi le vicende e i personaggi di cui si racconta, e perché dovrebbe importarcene, tanto più che non sono fatti reali. Un romanzo senza interesse è ancora meno interessante della realtà, perché la realtà in certi casi ci spinge alla compassione o al riso. Tuttavia, le deludenti esperienze di lettura hanno almeno un risvolto positivo: ci aiutano a capire che per fare letteratura non è sufficiente inventare una storia, e che la letteratura ha una sostanza profondamente diversa dalla realtà, una sostanza impalpabile, quasi volatile. Di fronte a una storia che ci cattura non ci chiediamo quale ne sia l'importanza per noi. Il fatto che non ci poniamo questa domanda significa che è una scrittura riuscita. Spesso questa sensazione di partecipazione si verifica, non di fronte a una vicenda straordinaria, ma di fronte a un animale che scava in una tana o a un soldatino di stagno, ossia fatti che nella realtà quotidiana possiamo considerare insignificanti. Qual è allora la differenza tra quella storia molto rumorosa che ci ha spinti tuttavia a chiederci che importanza abbia per noi, e quell'altra silenziosa, secondaria che non ha suscitato in noi la domanda? Uno scrittore sa raccontare, l'altro no. Nella pagina dello scrittore capace di raccontare sono sparse delle scintille che infiammano l'emozione di chi legge, in quella dell'altro tutto è spento e inerte. Ma per produrre questa scintilla dell'emozione, lo scrittore deve già averla in sé, non può reclamare da chi lo legge l'interesse per una cosa che non interessa lui.


È sufficiente avere dentro di sé la scintilla dell'emozione per essere uno scrittore?

Certo che no. Lo scrittore deve far uscire dalla sua mente e comunicare ad altri un sentimento, una visione che sono suoi privati. Tutti abbiamo fatto l'esperienza di sognare ad occhi aperti: procura un senso di appagamento e fiducia di cui abbiamo probabilmente bisogno per affrontare meglio la realtà. Funziona in questo modo: prendiamo delle immagini a piacer nostro e le spingiamo verso un fine desiderato. Sembra un procedimento in tutto simile a quello del narratore che organizza delle immagini e che le indirizza verso un punto. Ma rispetto alla narrazione manca una elemento essenziale: la parola. È indispensabile che le immagini che escono da me si fissino in un materiale che sia percepibile da altri. Nel caso del romanzo questo materiale è la parola.


Va tuttavia fatta una distinzione fra parola artistica e parola naturale, comune.

Certamente. Se ascoltiamo il flusso di parole intorno a noi nella realtà quotidiana, ci accorgiamo che in massima parte sono indicazioni pratiche, esclamazioni, saluti, convenevoli, commenti politici, informazioni meteorologiche. In questo scambio quasi ininterrotto di parole molto di rado si accende un'emozione; e quando si accende, non è necessariamente prodotta dalle parole. Due parole quali "Ti amo", se ci vengono dette suscitano in noi un'enorme emozione che tuttavia non deriva dalle parole in sé, quanto piuttosto dal contenuto fattuale che esse esprimono. Leggendo un romanzo, ci può capitare di trovare scritte queste due parole, che non dovrebbero emozionarci più di tanto; ma talvolta succede perché, per suggestione, ci immedesimiamo o in chi le dice o in chi le ascolta. I romanzi di intrattenimento speculano su questa immedesimazione psicologica di cui molti lettori, che definirei ingenui, vanno in cerca avidamente. Ora, gli scrittori di intrattenimento, incapaci di concentrarsi sulla parola, la surrogano accumulando immagini su immagini, colpi di scena, con cui tenere il lettore in un perenne stato di eccitazione emotiva. La parola, che è il materiale specifico della narrativa, in questi romanzi viene adoperata come un'immagine cinematografica. Con il minimo sforzo, il lettore può ricavarne un'immagine mentale che si fa scorrere nella fantasia man mano che il suo occhio scorre quelle righe. Il romanzo così concepito finisce tuttavia per reggersi sull'emozione estrinseca della trama, sulla tensione, sul desiderio di sapere come va a finire la storia. Indubbiamente la trama e la tensione sono necessarie, ma resta da vedere se la tensione debba derivare tutta dalla trama, e se dunque la trama sia l'essenziale della narrazione, o se ci sia qualcosa di più importante della trama.


L'emozione destata unicamente dalla eccitazione emotiva, che rende il lettore molto simile a Don Chisciotte che si identifica completamente con i contenuti della narrazione, non è ancora l'emozione letteraria.

Esattamente. Il vero lavoro dello scrittore incomincia proprio dopo aver ideato una trama, che è soltanto l'ossatura del romanzo. La sostanza della letteratura non coincide con il contenuto di eventi narrati. Non va mai dimenticato che un romanzo è fatto di parole: sembra banale, ma dopo i malintesi di cui abbiamo detto all'inizio, val la pena ricordarlo. Di più: un romanzo è un movimento di parole, movimento proprio nel senso più ovvio: la mano di chi scrive e l'occhio di chi più tardi legge si muovono da una parola all'altra, dalla prima all'ultima pagina. È questo movimento che genera la tensione tipica della narrativa, è da questo movimento che deve prodursi l'interesse di chi legge. È vero che il raccontare non può prescindere dalla trama: si racconta sempre qualche cosa che accade o che potrebbe accadere. Le parole, a differenza della note musicali, rinviano a qualche cosa, evocano inevitabilmente concetti e immagini. Tuttavia, a produrre il movimento che noi seguiamo durante la lettura non sono le immagini evocate, ma la voce narrante con le sue parole!


Chi interpreta un romanzo basandosi esclusivamente sulle immagini cui le parole rinviano, abusa del testo, compiendo un tipo di lettura fuorviante e smentita dal testo stesso.

Sì. Tutto ciò che sentiamo e vediamo in un romanzo è effetto delle parole scelte dall'autore. La più emozionante delle vicende, se raccontata con una serie uniforme di proposizioni, diventa, in capo a un paio di pagine, qualcosa di monotonissimo e assolutamente insopportabile. Il vero compito del romanziere è creare un'atmosfera attraverso la ricchezza e la forza dei dettagli nonché la determinazione dei personaggi e delle situazioni. Le sensazioni private ed interne di uno scrittore devono diventare atmosfera, rappresentazione che, chiunque legge, rivive e fa sua.
Un romanzo diventa così un luogo fittizio fatto di parole, in cui la mente si muove come in un luogo reale. In quel come è contenuta tutta l'ambiguità ma altresì tutto il fascino dell'esperienza letteraria. Ci troviamo in una realtà finta e lo sappiamo. Lo sappiamo, eppure la finzione è tale che ne abbiamo una specie di illusione di realtà. Questa illusione senza illusione è l'emozione letteraria.


È un'emozione che si produce sul versante della scrittura. Sul piano della lettura l'emozione non scaturisce però da una inevitabile immedesimazione?

La mia idea, cui resto fedele per quanto poco sembri condivisibile, è che il peggior modo di leggere sia di immedesimarsi nei personaggi della storia. Prenda un giallo, che nella sua costruzione è la forma più elementare di movimento narrativo: un personaggio è seduto in poltrona, a casa sua, ignaro, e intanto l'assassino forza la serratura dell'appartamento, entra e gli si avvicina. Mi immedesimo naturalmente nella vittima, palpito di emozione, accelero la lettura per sapere se si salva o no. Alla fine mi chiedo: che cosa ho letto? anzi, ho letto qualcosa? non ho piuttosto soltanto visto e quasi vissuto quel fatto? Ora prenda il canto v dell'Inferno (mi pare che come contraltare di un giallo possa andar bene...): quante emozioni non abbiamo provate su quei versi, fin dai banchi di scuola! Ci siamo immedesimati con Francesca? con Dante? Così sembra, non lo nego: durante il tempo della lettura abbiamo sentito come loro, visto quel che hanno visto loro, la bocca tutta tremante nel bacio l'abbiamo avuta davanti a noi. Ma con tutto questo, ci siamo immedesimati? ci siamo dimenticati che stavamo leggendo? ci siamo trasferiti con la fantasia nell'inferno? Non direi; è accaduto qualche cos'altro, mi sono sovrapposto a Dante e a Francesca, ho visto per così dire dal loro interno quel che hanno visto e provato loro; ho condiviso la finzione, ma non vi sono entrato; non ho mai perso la consapevolezza di aver davanti parole e di sentire attraverso le parole. Nel primo caso (l'immedesimazione nella scena del giallo) mi ero abbandonato alle immagini esattamente come nel sogno ad occhi aperti, avevo smesso di concentrarmi, e l'immedesimazione era riuscita proprio perché non ero più concentrato sulla lettura; qui invece, in Dante, ero più concentrato che mai, e ho sperimentato in me l'operazione delle sue parole, una per una. Guardi, il verso che più mi commuove di tutto l'episodio è: "pietà mi giunse, e fui quasi smarrito", ma l'emozione che mi procura è tutto meno che pietà e smarrimento. Ne devo concludere che non mi sono immedesimato in Dante; ma, questo sì, l'ho visto perdere quasi il sentimento dinanzi alle vittime dell'amore. Forse potremmo riesprimere questa differenza dicendo che nel primo caso si ha una simulazione di realtà, nel secondo un'evocazione: nel primo caso la lettura mi è servita solo come mezzo per fare un sogno ad occhi aperti, nel secondo ho preso in certo senso su di me la vista dell'occhio e i moti della mente di Dante, avendone - come dicevo prima - un'illusione senza illusione. La vera arte non simula la realtà, ma ricrea un'atmosfera, una coloritura emotiva: quando chiudiamo un grande libro ci sentiamo ancora in mezzo ai pensieri, sentimenti, sensazioni che lo riempivano, perfino la nostra realtà quotidiana ne resta per qualche tempo come alterata.


Come riesce lei, in quanto scrittore, a vestire i panni di tanti personagi diversi?

Con uno sforzo di fantasia che in questo caso forse sì è di immedesimazione. Probabilmente nei diversi personaggi che creo c'è un elemento personale: in negativo o in positivo c'è sempre qualcosa di me, sennò non riuscirei a farli parlare. Anche nel personaggio più antipatico ci sono sicuramente dei tratti miei. Il resto è lavoro di fantasia e soprattutto di travestimento. C'è in me un grande gusto per il travestimento, soprattutto linguistico, che pratico anche nella traduzione: dove si tratta di vestire in altro modo, ma risentendola nella maniera più possibile vicina all'originale, un'opera scritta in un'altra lingua. Con i personaggi accade lo stesso: devo sentire dall'interno un personaggio che non sono io.


Lei è anche un eccellente traduttore. La traduzione può essere considerata un'attività creativa?

Creativo è una parola molto impegnativa. Non so quanto io sia creativo nel momento in cui traduco. Indubbiamente ci vuole una certa fantasia e bisogna avere una particolare sensibilità per cogliere il livello che ha la scrittura nella lingua originale e trovare il corrispondente livello nella nostra - per esempio la distanza dal parlato, la lingua datata, certe caratteristiche dello stile. Un errore che fanno spesso i traduttori è di staccarsi più del necessario dall'originale. Se l'autore inizia una frase con il verbo e poi con il complemento oggetto e poi con il soggetto, e ciò è riproducibile nella nostra lingua, non ha nessun senso alterare l'ordine, perché se l'ha scritta in quel modo avrà avuto le sue ragioni. In definitiva credo che per tradurre seriamente sia richiesta piuttosto una maggiore dose di umiltà che di creatività.


Vita e arte: per poter fare letteratura è indispensabile vivere appieno la vita reale?

Onestamente, spesso ho l'impressione di aver passato la vita a tavolino e di non aver vissuto, e che quindi la scrittura e la vita siano un'alternativa. Naturalmente non è così, è un'impressione soggettiva per quanto molto forte. Io penso che lo scrittore viva con più intensità certi fatti anche della vita quotidiana, ma non che pratichi un vivere inimitabile di dannunziana memoria, se non in qualche caso: che non è certamente il mio.

Luca Bernasconi (Ğla Paginağ, Zürich, 20. 10. 2004, p. 10-11)

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