Cesare De Marchi
 
 
 
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Una crociera - testo 2

 

Uno stridio di voci gli graffiò le orecchie. Ragazzini accalcati intorno a un tavolo da ping-pong aizzavano due contendenti, e il locale spoglio ne rimbombava. Si avvicinò, tanto per far qualcosa. La pallina, colpita malamente, saltava alta, e i piccoli giocatori si sbracciavano a inseguirla, rintronati dalla cagnara.
      Brancucci non si aspettava di sentirsi rivolgere la parola: era la voce timida di un adolescente che, tenendo il mento calato sul petto e mostrando di sé poco più dei capelli, ondulati e non tanto folti, gli chiedeva di spegnere la sigaretta.
      Ribatté seccato: «Già, puzzate abbastanza voi», gettandola e spiaccicandola con la suola; del resto era quasi finita.
      Il ragazzo ringraziò, senza poter contenere la chiazza di rossore che gli zampillò sulla guancia. Ritornò indietro e si mise a braccia conserte, un po' in disparte dai salti e dalle urla degli altri.
      La partita finì in quel momento. Un bambino grasso posò la racchetta sul tavolo e si voltò: portava occhiali con una lente opaca, mentre sotto l'altra rivelava, acquea e ingigantita, la malinconia dell'unico occhio visibile. Era il perdente e lasciava il posto a qualcun altro, come vuole la regola, di modo che man mano giocassero tutti.
      Brancucci si fece avanti e s'impadronì della racchetta, dichiarando che il prossimo sfidante era lui. Ci fu un silenzio deluso.
      «Ma lei è un grande», obiettò una voce, difficile dire di chi.
      «Pevché, i grandi non hanno divitto di giocave?» Il biondo scrutò il gruppetto dei piccoli giocatori, ma nessuno osò replicare. «Ah, volevo ben dive... Dov'è la palla? chi batte?»
      Incominciò a colpire di diritto e di rovescio, in diagonale sul filo della rete, e la pallina sfuggiva all'avversario inesperto andando a pungere il pavimento di rimbalzi; oppure, rimandata alla peggio, a parabola, subiva violente schiacciate e scrocchiava sul tavolo come un guscio rotto.
      Batté uno dopo l'altro sei ragazzini, dando ― come si dice ― cappotto con una facilità che avrebbe dovuto rendere evidente, a lui prima ancora che a loro, l'assurdo di quell'occupazione. Gli incitamenti si erano subito spenti e solo il tocco e ritocco della pallina infastidiva lo stanzone. In fila intorno al tavolo, avviliti come se fossero a scuola, i ragazzini seguivano il gioco.
      Anche il settimo giocatore uscì sconfitto; aveva fatto quattro punti, arrivando se non altro in fondo alla partita. Brancucci sorrideva, sollevando le lunghe sopracciglia e sollecitando il tributo di un nuovo avversario.
      «Dài Franco», bisbigliavano nel gruppo, «dài, provaci tu.»
      Venne fuori l'adolescente della sigaretta, tentennò sulle gambe che il bacino un po' largo faceva apparire ancora più scarnite; il collo, in cima a un tronco magrissimo, sosteneva una faccina aguzza.
      «Ah, sei tu! Vieni, vieni.»
      Si collocò in fondo al tavolo, di fronte all'adulto, con la racchetta di traverso, all'altezza della vita.
      «Sei pronto?»
      Disse di sì. La pallina schizzò improvvisa verso di lui, che con uno scarto del braccio la rimandò indietro: dall'altra parte un guizzo bianco in ritorno urtò la rete sbalzando sul pavimento.
      Brancucci si innervosì; allo scambio successivo menò un fendente che oltrepassò il tavolo senza toccarlo. La resistenza del ragazzo, semplice e ordinata, consisteva nel ribattere come poteva ― storcendosi, allungandosi ― le offensive dell'adulto. Questi capì di dover giocare d'astuzia e incominciò a colpire di taglio, con la racchetta quasi orizzontale, facendo svirgolare le palline dalle traiettorie iniziali. L'altro si gettava scompostamente da un angolo all'altro del tavolo senza riuscire a raggiungerle: una gli rimbalzò sul naso. Nessuno rise. La faccia del ragazzo rimase impassibile, ma le orecchie sporgevano sanguigne e la sua concentrazione si dissipò in gesti sconnessi, scombinando la fragile trama imbastita a difesa. Perse la partita.
      Per la rivincita cambiarono campo e Brancucci cedette la battuta. Il ragazzo restò lì con le mani lungo i fianchi, sconcertato dalla diversa illuminazione cui cercava di adattarsi, un po' inclinando un po' sporgendo la testa, e sgranando gli occhi improvvisamente congesti. Alla fine alzò la racchetta e giocò.
      Questa volta respingeva caparbiamente le forme che gli arrivavano angolose, fulminee attraverso lo spazio: le batteva con la pala della racchetta strappata, distesa dal groppo dinoccolato delle membra e, quasi gli mancasse il coraggio di rivolgerle dove si aprivano corridoi sguarniti, le rimandava in facili tragitti speculari che, tuttavia, irritavano Brancucci facendolo sbagliare.
      Filava in bilico la partita, che i piccoli spettatori seguivano muti, girando e rigirando tutte le teste insieme. Il tondo di celluloide picchiava come nocche spazientite su una porta, poi ammutolì di colpo sospeso sul nastro della rete, da cui springò per il tavolo, imprendibile all'adulto.
      L'urlo represso ruppe dalle bocche, lacerante, sostenuto dal rombo dei piedi sul tavolato, da scrosci di battimani. Brancucci, colto alla sprovvista, un po' frastornato da quel giubilo per la sua sconfitta, abbozzò un sorriso; poi, non sapendo che contegno tenere, si mise a far saltellare la pallina sulla racchetta ostentando impazienza di riprendere il gioco per lo spareggio.
      Di fronte a lui il vincitore, curvo sul tavolo, si fregava accanitamente le palpebre come per cavarne un fastidio insopportabile.
      «Dài Franco! forza Franco!» lo incoraggiavano gli altri.
      Rialzò la testa; con la mano sul tavolo brancolò verso la racchetta: per un attimo sembrò non vederla; poi la afferrò e andò a postarsi un passo più indietro, a gambe larghe, aspettando il lancio della palla. Questa arrivò tesa e sgusciante, gli si spense sulle dita. Nessuno fiatava più.
      Brancucci riprese a battere freddamente, senza bisogno di allungare le braccia o il corpo, perché sapeva ogni volta il punto di ritorno della pallina e si trovava lì con la racchetta alzata, pronto a spedirla dove la rincorsa dell'adolescente arrivava in fulmineo ritardo. C'era qualcosa di rancoroso, di crudele nella minima dilazione che il calcolo della traiettoria imponeva ai suoi colpi. L'avversario, inseguendo, crollò su un ginocchio, e la pallina in volo gli sfiorò la nuca. Era cappotto.
      I piccoli guardarono l'adulto, che li guardò a sua volta: contraendo un angolo della bocca, dove faceva di tutto per saltargli fuori un risolino. Non potersi mostrare soddisfatto di aver vinto era proprio il colmo. Del resto non si era neanche divertito. Aveva fatto passare un'ora, e tanto bastava: nel frattempo qualche festaiolo doveva pure essere uscito dal letto, e quanto ad attaccarci discorso, un modo l'avrebbe trovato. Gettò la racchetta sul tavolo, riprese la giacca dall'attaccapanni e se ne andò. Alle sue spalle, oltre la porta richiusa, sentì il vocio di una gioia assordante scivolargli dietro fino in fondo alla galleria di passeggiata, dove questa tagliava tutta la larghezza della nave per ritornare verso poppa lungo l'altra fiancata.

(Una Crociera, Feltrinelli, Milano 2000, pp. 113-116; © Cesare De Marchi)

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