Cesare De Marchi
 
 
 
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Una crociera - testo 4

 

Un vento spesso e salmastro; il taglio affilato dell'orizzonte, nel crepuscolo che andava spegnendo i colori e dando al mare l'aspetto lucido del vino. Venere nell'aria, palpitante dentro il velo bruno che scendeva dal cielo.
      Era in crociera; questo luogo dell'immaginazione, preparato e predisposto meticolosamente, nella convinzione sempre respinta eppure nutrita con involontaria tenacia, che fosse possibile riportarvi in vita gli inizi della loro convivenza così com'erano stati, almeno nel ricordo poco verosimile che ne conservava. E il tempo aveva davvero rallentato il suo corso, e quei primi tre giorni si erano dischiusi come se ciascuno ne contenesse altrettanti; ma quello che ci aveva trovato era il contrario delle sue attese - e si accorgeva adesso con che fermezza ingenua e capziosa avesse continuato ad aspettare, come un debito della realtà verso di lui, l'epilogo felice.
      Arrivato in capo al ponte, vide la punta della nave avanzare sopra il mare disparso, nello spazio indefinito della sera. Da sopra il parapetto il vento continuo gli comprimeva il busto, gli incollava le palpebre. Ancora tiepido, ma umido e veemente: quando si voltò per tornare, gli investì la nuca con un soffio che spinse i suoi passi senza sforzo fino a un portello, per il quale ripassò all'interno.
      Anche di più, nel fondo della sua testa esausta, di più aveva sperato: che in una di quelle notti potesse verificarsi il concepimento... che idiozia! Abbarbicata dentro, quest'idea di un ordine benevolo, la superstizione che ogni problema fosse risolvibile, che non esistesse un'ambiguità effettiva delle cose. Addomesticare il disordine: nominare e descrivere una malattia, assegnarle una causa, nel migliore dei casi curarla; di più non si poteva fare. La sindrome che portava il suo nome, l'occlusione dei tronchi aortici superiori, acceca un individuo: ma un oggetto acuminato produrrebbe lo stesso effetto; e niente spiega perché la vista si lasci spegnere: perché l'ordine di natura non sia fisso e patisca più ingiurie che regole. Tutta la patologia è un'illusione volontaria, un incasellare alterazioni, sintomi, decorsi, ricucire un ordine mostruoso dal disordine; la terapia un ripiego, il giocattolo si è rotto e lo rabberciamo, a buttarlo via siamo sempre in tempo. Quanto a lui, finora la malattia non era venuta a cercarlo, e quel che si stava svolgendo al suo interno era tutto di un'esemplare normalità biologica: in un individuo umano adulto vicino ai cinquant'anni l'istinto di riprodursi raggiungeva la coscienza e vi si insediava nella forma stranamente dolorosa del desiderio. Incontrovertibile, questa spiegazione né spiegava né spegneva la sua sofferenza. Lui ricordava perfino distintamente il momento e il modo in cui aveva incominciato a soffrire. Un pomeriggio di otto anni fa, alla scrivania, nel suo appartamento di scapolo; mentre lottava coi rumori della famiglia del piano di sopra, invece di un pianto inarticolato aveva sentito per la prima volta la voce del bambino più piccolo: sottile e squillante in un'unica parola, latte gli sembrava, e lui allora, lì con le mani nervosamente aperte sopra le pagine del suo libro, aveva avuto uno scoppio di pianto, e per due minuti, forse più, lo aveva sfogato senza riuscire a calmarlo.
      Sperarci ancora, che idiozia!, quando a rendere più netta l'impossibilità e più vano il desiderio, Chiara gli voltava le spalle. Scese la scala alle cabine, cercò tra i corridoi la sua, si chiuse dentro. Brancolò tra le masse della suppellettile, e poi sopra il letto, con tutto il corpo. Invece l'insolubile esisteva: come la mole informe di tenebra che tastava addosso e intorno a sé, come la cecità che minaccia ogni occhio... Trovò l'interruttore: la camera gli apparve, sfigurata di grosse tettoie nere accatastate sull'armadio e sopra la cornice dello specchio; lunghe macchie colavano tra le tendine, e le punte delle sue scarpe alzavano due ombre dal letto. Dormire avrebbe voluto, fino a domani, non per costrizione di stanchezza, ma per lasciare una tregua alla mente. Restò così, forse un quarto d'ora, forse due, senza che gliene venisse un beneficio apprezzabile. Doveva essere quasi ora di cena, non voleva farsi aspettare: e stese il braccio verso il comodino, spense la luce; poi si rialzò in un punto indistinto del pavimento, avanzò due passi, le sue dita affondarono nell'imbottitura della porta, la palparono fino alla maniglia. Era di nuovo nell'abbaglio del corridoio, su per la scala stretta, gli sembrò di riaprire gli occhi solo nella sala da pranzo.

(Una Crociera, Feltrinelli, Milano 2000, pp. 178-180; © Cesare De Marchi)

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