Cesare De Marchi
 
 
 
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saggi - testo 7

 

Il maestro Giovanni Pellifex saluta il maestro Ortvino Grazio

A voi saluti amichevoli ed incredibili omaggi. Venerabile messer maestro, stante che, come dice Aristotele nelle Categorie, non è vano il dubitare degli eventi particolari: vi è cosa che mi dà grande travaglio di coscienza. Or non è molto mi recai alla fiera di Franckfordia, dove in compagnia d'uno baccelliere andando per via verso il mercato, incontrammo due uomini assai onesti all'aspetto, con veste nere e grandi copricapi co' le nappe. Iddio m'è testimone ch'io li credetti due maestri nostri, sì che li inchinai cavandomi il berretto; perloché il baccelliere mi dié del gomito dicendo: «Per amor di Dio, ma che fate? Costoro son Giudei, e voi vi cavate il berretto e li riverite»; perloché io tanto mi spaventai, quanto se avessi visto uno diavolo. E dissi: «Messer baccelliere, il Signor nostro Iddio mi perdoni, che l'ho fatto per ignoranza. Ma credete voi che sia peccato grande?» A cui rispose dapprima che gli pareva un peccato mortale, da comprendersi nella idolatria, poiché era contra il primo dei dieci comandamenti: «Credi in un solo Dio». Stante che, quando uno onora un Giudeo o un pagano come fossero Cristiani, opera contro la Cristianità ed apparisce egli stesso quale Giudeo o pagano, sicché i giudei ed i pagani dicono: «Ecco che noi siam dunque per la miglior via, poiché i Cristiani ci inchinano. E se non fossimo per la miglior via, essi mai ci inchinerebbero». Sì che ne sono fortificati nella fede loro, e sprezzano quella Cristiana e ricusano il battesimo. A cui io risposi: «Codesto è vero sì, quando si fa scientemente; io però ignorando lo feci, e l'ignoranza iscusa il peccato. Giacché, s'io avessi saputo ch'erano Giudei e nondimeno li avessi riveriti, allora sarei stato ben degno di essere abbruciato come eretico; ma invece io (e Iddio lo sa) né per parole né per opere niente non ne seppi, poiché credetti che fossero maestri nostri». A questo egli disse che istessamente era peccato, dicendo: «Anco io trovandomi una volta in una chiesa, e vedendo la statua lignea d'un Giudeo, che se ne stava con uno martello in mano innanzi al Salvatore, credetti che fosse san Piero co' la chiave in mano, onde piegai i ginocchi e mi cavai il berretto; ma dipoi vidi che era un Giudeo, e me ne increbbe. Pure, quando andai per confessarmi al monasterio dei Predicatori, il mio confessore mi disse che questo era peccato mortale, dovendo noi sempre essere bene accorti; e disse ancora che egli non m'avrebbe potuto assolvere, se non avesse avuto la potestà episcopale, dacché quello era caso episcopale; aggiungendo che, s'io avessi operato liberamente, e non per ignoranza, sarebbe stato caso papale. E così me ne andai assolto, poiché lui aveva potestà episcopale. E affè di Dio ch'io credo, che se voi volete salvare la coscienza vostra, avete a far confessione all'officiale del concistoro: e l'ignoranza non iscusa quel peccato, poiché voi avreste dovuto essere meglio accorto; e sempre i Giudei hanno un tondo giallo in sul davanti della veste loro, che voi avereste dovuto vedere, siccome ce lo vidi io. Codesta è dunque ignoranza crassa, che non vale alla assoluzione dal peccato». Così mi disse allora quel baccelliere. Ora richiedo divotamente nonché umilemente voi, che siete profondo teologo, che vi vogliate degnare a solvermi la detta questione, e scrivermi se il mio sia peccato mortale ovvero veniale, se sia caso semplice o episcopale o papale. E scrivetemi ancora se a voi pare giusta la consuetudine che hanno i cittadini di Franckfordia, i quali consentono che i Giudei indossino la veste dei nostri maestri; mentre pare a me ingiustizia e scandalo grande, che non ci sia differenza tra i Giudei e i maestri nostri, nonché ischerno della sacrosanta teologia. Messer lo serenissimo Imperadore non doverebbe mai patire che un Giudeo, il quale è pari a uno cane, et è nimico di Cristo, cammini per via come un dottore di sacra teologia.
      Vi unisco uno scritto del maestro Bernardo Plumilego, tedescamente Federleser, o sia Accattapiume, che lui mi ha fatto avere di Wittenburgo. Lo conosceste ancor voi, poiché fu già vostro sodale in Daventria. Il quale mi disse che gli eravate di buona compagnia, e che lui è pur sempre buon compagnone e vi loda commendevolmente; e così abbiate salute in nome del Signore. Dato in Lyptzick.

(Lettere d´uomini oscuri, BUR, Milano 2004, pp. 91-93; © Cesare De Marchi)

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