Cesare De Marchi
 
 
 
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Fuga a Sorrento - testo 1

 

[La lettera] era indirizzata a un agente commerciale di Venezia e per tutta una interminabile facciata faceva questione di merci e di prezzi, che lui, Petrucci, riuscì a capire solo con molta approssimazione; poi, con un brusco salto di tono, Lapo raccontava come una volta, sulla via di un altro ritorno da Bisanzio, si fosse fatto sbarcare sul lido di Classe e di lì, parte a piedi parte in barroccio, avesse raggiunto il palazzo dei Da Polenta, deciso a incontrare il grande esule fiorentino. Sulla soglia lo affronta un pezzo d'uomo peloso e di rozzezza pressoché primordiale, «qual meglio averesti detto custode d'Averno che portinaio», il quale da lontano, vedendolo avvicinarsi, lo apostrofa di pitocco e di ribaldo, gridando che si tenga alla larga se tiene alla sua sciagurata pelle; avanzandosi oltre il poeta-mercante, lo minaccia di sguinzagliare i cani: Lapo gli è abbastanza appresso da veder fremere la sua gola urlante; ma non si perde d'animo, e allargando le braccia lo supplica di voler consegnare per lui una carta ai suoi padroni. E inaspettatamente il «bestiale huomo» s'acqueta «sì come uno cane che cessa da l'abbajare, poi che cibo li viene dato», e acconsente. Ma poco dopo torna fuori recando una risposta di pugno di Dante, il quale ricusa di riceverlo «perché fiorentino, o sia figlio de l'istessa snaturata sua madre». Il ragazzo in lacrime allora si getta a terra e compie il gesto arcaico di abbracciare le ginocchia del portinaio chiedendogli di voler portare al poeta una nuova carta, che si affretta a scrivere lì, come può, tirando fuori dalla sua sacca l'occorrente e «faccendomi scrittojo de la polverosa terra». Di questo foglio indirizzato direttamente a Dante sappiamo solo ciò che Lapo stesso riferisce, cioè che vi diceva di essere «con diligentia leggitore de le due prime Cantiche, et estimator grande de le medesime, e disideroso oltramodo di cognoscerne lo autore».
      L'omaccione rientra nel palazzo, ma stavolta l'attesa è ben più lunga, anzi sembra «che più finire non debbia». Invece, «come 'l cielo volle», Lapo viene fatto bruscamente passare nell'atrio, dove è costretto ad arrancare dietro la sua guida improvvisamente frettolosa: «io andava, e le mie piante lo suolo sotto sé non sentivano; io guardava, e li miei occhi non vedevano, come se per nebbia o altro fummo affoscati fussero: né più mi avvidi quando colui, ch'io qui non nomo, mi fu vivo davante».
      L'Alighieri è lì che lo aspetta in una sala scaldata e rischiarata da un gran camino; ha le braccia sdegnosamente conserte, ma ne scioglie una mano per fargli cenno di avvicinarsi senza timore. «Era la sua persona di una purpurea veste ricoverta, come quella in che oggi il vediamo alluminato ne li volumi de la sua Comedia; et era lui di statura picciola, et alquanto curvo, come huomo più grave d'anni che non fusse: e volto aveva lungo, e naso aquilino, et occhi grossi et accesi, avvegnaché maninconici e pensosi, e labbri turgidi, de' quali quel di sotto un poco avanzava quel di sopra; e di pelo era nero e crespo». Qui Lapo dovette ripetere il gesto di devota umiliazione già sperimentato col guardiano, perché il poeta lo rialza dicendo: «No, codesto non merta chi è come legno portato dal vento secco che vapora la dolorosa povertade. Et io allhora piansi, sanza niuna parola potere dire». Dante, visibilmente turbato, conforta il giovane, «mie lacrime tergendo co'l lembo de la veste» ed esortandolo a confidare «ne la libertà d'Italia per la imperial monarchia», e di voler credere che il nome di Firenze, infangato «da li fatiosi e malvagi cittadini», tornerà a suonare più alto e grande che mai.
      A questo punto Lapo si riscuote e dimenticando per un momento timidezza e balbuzie si avventura in un'apostrofe molto esclamativa: «O tu poeta sommo de la sventurata patria nostra! tu, il di cui essilio al nome della Italia più rende gloria, e più quel di Fiorenza infama! Tu, che solo a maestro di vita et arte mi elessi! Sappi che a quest'umile tuo discepolo, tutto dì astretto a mercare, infino il tempo, non che di far versi, ma di pensare difetta! E sappi anchora che me, non manco che te infiamma il disio di ascender l'erta di Parnaso, e di saziarvi mia sete nel castalio fonte».
      S'interrompe di colpo, come spaventato dalla propria audacia, e piega la fronte aspettandosi forse un rimbrotto. Invece l'emozione del grande poeta nell'udire un simile discorso non fu evidentemente inferiore a quella del giovane nel pronunciarlo, perché «egli le braccia allargò et in silenzio sovra lo suo petto mi strinse. Dopoi, quando mi sciolse, con risplendenti occhi guatandomi, con fortissima vocie disse: Benedetto giovane! Scorda lo sconcio assillo de'l bisogno, e tutta la mente a la poesì rivolgi: perciò che io qui successor mio ti eleggo e corono; e a te, conchiuse, il futuro dell'italica poesia come ad erede io lego. Qui si tacque, et in atto di pietà disdegnosa, quasi che forza li fusse ciò fare, la mano stese et additommi l'uscio».
      Questa volta lui, Petrucci, aveva ancora resistito all'entusiasmo, sollevando mentalmente tutte le obiezioni cui la sua lunga e poco fruttuosa consuetudine con la filologia lo aveva abituato. Tanto per cominciare, quelle citazioni testuali o quasi dal VI canto dell'Inferno e dal primo trattato (capo terzo) del Convivio che cosa stavano a significare? Ammesso pure che la prima fosse inconsapevole e fosse stata suggerita dall'espressione «custode d'Averno», che per elementare associazione aveva richiamato alla mente il rude episodio costruito intorno a Cerbero da colui che Lapo sperava di poter incontrare: anche ammesso questo, era chimerico pensare che Dante, dopo aver accettato - probabilmente molto controvoglia - di ricevere uno sconosciuto, gli rivolgesse così a ciel sereno una frase non solo autobiografica, ma pubblicata e certo già allora notissima. Insomma c'era qualcosa di poco chiaro in quella lettera: e un filologo, per quanto di second'ordine, a sentirsi preso per fesso reagisce con un sussulto d'orgoglio; sussulto, benché di violenza contenuta, che lui aveva manifestato nel gesto (sospeso in tempo) di scaraventare giù dal tavolo tutto il mazzo di fogli ammuffiti che pochi istanti prima leggeva senza fiato e senza sospetto. Un raggiro, ecco cos'era, una burla ai danni di un postero sufficientemente ingenuo! Lapo o chi per lui si era inventato tutto, e con la banalità tipica dello sprovveduto si serviva, per dar voce a Dante, di un suo testo; come poco prima ne aveva descritto l'aspetto fisico con le parole del Trattatello di Boccaccio. E lui ci stava cascando!

 

(Fuga a Sorrento, Feltrinelli, Milano 2003, p. 19-22; © Cesare De Marchi)

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