Cesare De Marchi
 
 
 
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Fuga a Sorrento - testo 2

 

Aveva camminato senza più rendersi conto, sentendo crescere il sonno dentro la testa ottenebrata, su per i costoni brulli avvampati dal sole, assordati dalla cicala. In basso, alle volte, aveva visto dai rigiri delle mulattiere levarsi un lembo di polvere: allora si era afferrato agli arbusti, agli spacchi di roccia, proseguendo al riparo di una qualche sporgenza del pendio. Aveva cercato di non fermarsi mai a riposare prima del tramonto, per paura di essere sopraffatto dalla debolezza e di addormentarsi fino al giorno successivo. E poi, che cos'erano quei sogni che faceva, tutte le notti, dei topi, del cavallo che gli si buttava addosso, e ancora più terribili i sogni ciechi, con voci di donne e bambini che gli sussurravano distintamente dei nomi, Paolo, Gerolamo, Fulvio, Francesco, e li ripetevano senza interruzione finché durava il sonno; altre volte erano fischi e tintinni, e una campana soffocata che batteva una volta: e il ronzio d'orologio a corda, che ormai sentiva sempre, anche sveglio, durante il giorno, anche quando, per liberarsene, parlava a voce alta. Si vedeva risucchiato in una diversa frenesia, che montava dal fondo del suo essere e disperdeva l'illusione di poter riavere la pace e, con la pace, quella parte di sé mancata agli anni dello studio e della disciplina. Non c'era più l'intrigo di uomini, in questo, non c'era l'effetto visibile di una persecuzione; sembrava una forza impersonale accanita contro di lui… Eppure l'una cosa non stava forse senza l'altra: l'una riusciva dove l'altra non arrivava; capiva di essere stato ammaliato.
      Ricordava, sei mesi prima, alla chiassosa cena per gli ospiti romani, il pasticcio di lepre servito solo a lui… sapevano che ne era ghiotto, avevano detto di averglielo preparato in ringraziamento della canzone alle signore principesse… e poi il vino, che un servitore aveva continuato a mescergli tutta la sera dalla stessa brocca: aveva uno strano colore sanguigno e gli era parso salato, tanto che la sua sete era cresciuta: e aveva continuato a bere senza poterla placare. Poi, prima di andare a letto, aveva fatto un'orina schiumante, lustra come l'argento vivo.
      Tutto era chiaro adesso. Il sangue avvelenato raccogliendosi nel cuore gli aveva suscitato dapprima quell'oppressione e malinconia infinita, poi esalando al cervello ne aveva corrotti gli umori: venivano di lì i sogni ripetuti, le paure che lo cacciavano nei luoghi deserti e gli facevano fuggire anche pastori e viandanti, nei quali pure comprendeva che non potevano, se non per abissale coincidenza, nascondersi emissari dei suoi persecutori. E anche questi esistevano, lo cercavano ancora, forse lontano da dove si trovava in quel momento, ma lo cercavano senza sosta e senza risparmio di energie.
      Aveva raggiunto un crinale coperto di erica: al di là si accalcavano altri monti, come in onde successive, gioghi sopra gioghi, cime sopra cime inazzurrate dalla lontananza, fino alla scabra apparizione delle rocce all'orizzonte, sormontate da masse livide di nubi che si gonfiavano a vista d'occhio.

 

(Fuga a Sorrento, Feltrinelli, Milano 2003, p. 80-82; © Cesare De Marchi)

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