Cesare De Marchi
 
 
 
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La furia del mondo - testo 1

 

Di fianco a lui la scalinata che scendeva dal ventre del palazzo aveva cominciato a frusciare e rintoccare di passi; in cima alla rampa era apparso un prelato corpulento che si calava di gradino in gradino allargando le ginocchia e sollevando la veste sopra le calze rosse; a più riprese aveva voltato la testa in alto alla parte invisibile della scala ripetendo avanti! avanti!, finché ormai quasi a terra aveva abbandonato i lembi neri della veste per allargare le braccia incontro a lui: «Radebacche, ecco il nostro Radebacche!» - gioiosa esclamazione, nella quale lui dapprima non aveva minimamente riconosciuto il proprio nome. Aveva capito però che chi stava accostando la florida informità della faccia alla sua faccia, era il cardinale Conti.
      In latino aveva risposto alle effusioni italiane dell'altro, che erano continuate, vivaci e prolisse, un frullo di parole indistinguibili, illuminate di vocali, accompagnate da grandi gesti delle braccia, per effetto dei quali finalmente erano accorsi due facchini in livrea e usciti sulla piazza, dove poco dopo un pestìo ferrato e uno strepito di ruote avevano fatto irruzione sul lastrico insieme con una carrozza a gran colori, cimase e colonnini dorati, argentati i raggi che stavano finendo di vorticare. Il cardinale aveva dato disposizioni ai due, indicando il bagaglio e poi la strada alle loro spalle: a casa!, aveva afferrato lui di tutto il discorso, e ancora qualcosa come tornare, e ancora qua, e il gesto d'un dito puntato a terra. Appena visto il silenzio sulle sue labbra, gli aveva detto «Gratias ago vobis, Eminentia, ex toto corde».
      «Macché gratias, juvenis mi, a casa, i domum, sine dubio es fatigatus, va' a casa.»
      Aveva ritirato la mano prima che lui arrivasse a baciare l'anello, dandogli anche una spinta, soave ma decisa, verso l'uscita dell'androne; dopodiché, voltate le spalle, si era avviato alla scalinata.
      Fuori le due valigie erano già sparite, ora i facchini stavano lottando col baule, che minacciava di scappare loro dalle braccia, e che avevano appoggiato su uno dei due paracarri ai lati del portone prima di provarsi a issarlo sulla carrozza.
      «Hic intus sunt libri», si era giustificato lui, sperando nella somiglianza di latino e italiano. E davvero quelli avevano annuito con le teste sudate, ah libri, come se la spiegazione li sollevasse dal sospetto che dentro ci fossero stipati sassi o ferri o chissà che altro ancora.
      Finalmente il baule era stato caricato, e allora anche lui era salito. La carrozza aveva rombato per il lastrico della piazza […]

      …la sera stessa, l'abitazione del cardinale, al piano inferiore, affacciata sul gran balcone già visto dalla strada. Il tramonto avvolgeva la balaustrata e riverberava all'interno rischiarando cupe tele di quadri alle pareti, stucchi e dorature dei soffitti, il mobilio scuro. L'avevano riempito di un'ammirazione involontaria, quei mobili che somigliavano a palazzi in miniatura, scolpiti nel legno con una precisione che catturava il suo occhio.
      «Radebacche! Vieni, caro, siediti qua!»
      Da capotavola, seduto, il cardinale lo invitava sulla sedia accanto. La tovaglia bianca era imbandita, coppe bottiglie bicchieri ciascuno al centro di un circolo di pizzo, due cestini di pane, due canestri di frutta, fasci di posate d'argento. Lui aveva chiesto, almeno questa volta, il permesso di ringraziarlo:
      «Num possum, Eminentia, vobis gratias agere pro hac coena?»
     Il cardinale Conti aveva riso: di gusto, senza sforzo. «Sai che sei simpatico! Come ti chiami di nome? Quid est tibi nomen?»
      «Rupprecht, Eminentia.»
      «Ma è più difficile ancora di Radebacche! Ti ci vuole un nome più domestico, sai? Tibi opus est italicum nomen, sarai Rupperto.» Così gli aveva storpiato anche il prenome, e per la soddisfazione s'era messo a ripeterlo, «Rupperto, sì, Rupperto!», strappandosi dal collo il gran tovagliolo bianco con cui usava affrontare la cena.
      Seduto, e vedendosi così stranamente vicina quella faccia lustra che dalle tempie alle guance s'incarnava e arrotondava, ancora gorgogliante di risa, lui non si era sciolto dalla sua rigidezza e aveva bisbigliato «Sicut Eminentiae vestrae placet», suscitando un gesto contenuto dell'altro, che gli aveva battuto due piccole pacche sul dorso della mano.
      «Sei troppo austero, Rupperto. Severum esse licet, non oportet.»
      La mano del cardinale era rimasta sopra la sua, ne sentiva la palma flaccida e leggermente umida di sudore. Allora si era scusato, ma quegli aveva scosso la testa, non era una scusa che voleva, aveva aggiunto in latino, voleva animo più aperto e franco. E aveva alzato il bicchiere, che frattanto era stato riempito di vino, invitando lui a fare altrettanto.
      Un servitore in livrea aveva servito la minestra sotto gli occhi impassibili del maggiordomo. Poi man mano che arrivavano le portate, numerose, abbondanti, forse per un riguardo a lui, per ristorarlo dalle fatiche del viaggio, questo aveva pensato, non sapendo allora che sarebbe stato così ogni giorno, e a poco a poco dimenticando la fame, spegnendo la sete in quel vino bianco e fresco, dal frizzo leggero, di cui il bicchiere non era mai vuoto, aveva preso confidenza e messo nel suo latino chissà quante corbellerie, finché aveva visto il cardinale sollevare le sopracciglia, non a lui, a qualcun altro accanto o dietro di lui, e il bicchiere non si era più riempito. In compenso gli era stata portata una bevanda nera e fumante, talmente amara che non aveva potuto berla senza l'aiuto di parecchio zucchero.
      «È caffè, Rupperto, nonne bonum? ti piace?»
      «Piasce, sì», aveva azzardato lui cercando di rifare i suoni dell'altra lingua. E non solo in faccia al cardinale, ma, portando faticosamente in giro la testa, anche sulle labbra del maggiordomo aveva acchiappato un sorriso. Allora, presa confidenza, aveva spinto indietro la sedia dichiarando: «Dormire cupio», ma non si era tirato in piedi prima di aver sentito le mani del maggiordomo inforcargli energicamente le ascelle. Chiesto e ottenuto congedo dal prelato, che forse avrebbe gradito qualche altro po' la sua conversazione, se lui ne fosse stato ancora capace, aveva salito confusamente le scale e altrettanto confusamente aveva toccato il letto precipitando nel sonno. […]
      Il cardinale non l'aveva rivisto che a cena, e solo allora aveva potuto offrirgli le sue scuse per la sera precedente: che aveva detto chissà cosa, straparlato aveva… «Defatigatus eras itinere», l'aveva interrotto il vecchio: la stanchezza del lungo viaggio, e in più la fame e la sete (gran sete, senza dubbio) spiegavano ad abundantiam il suo piccolo eccesso… Invece no, lui non credeva di avere giustificazioni e aveva insistito nel suo duro latino di scuola a incolparsi e mortificarsi, quasi che così potesse aspirare a un perdono più pieno.
      «Ma caro, perché vuoi farti peggiore di quel che sei?»
      Sorrideva il cardinale, con una guancia più gonfia dell'altra, forse ci aveva accantonato il boccone per poter parlare. Lui non aveva capito: «Non intelligo, Eminentia.»
      «Noli te ipsum peiorem aestimare, quam sis.» L'aveva guardato, bonario; a labbra strette, come reprimendo il riso; poi aveva lasciato il suo pensiero in libertà: «Da bravo, Rupperto, fac ut cito italianum discas, vedi d'imparare l'italiano alla svelta, ché io il mio latino l'ho lasciato in seminario, latinum meum totum reliqui in seminario, e sarebbe troppa fatica andarlo a ripescare!»
      Non era vero; diceva per burla, il cardinale Conti, forse per metterlo a suo agio: perché quando la discussione si faceva seria, come in seguito era accaduto spesso, negli uffici della Cancelleria parlando con prelati stranieri, e qualche volta con lui, benché più di rado, nella serenità che seguiva i pasti, se il torpore della digestione tardava - allora il suo latino gli veniva alla bocca senza finti impacci.

(Da La furia del mondo, Feltrinelli, Milano 2006, p. 72-77; © Cesare De Marchi)

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