Cesare De Marchi
 
 
 
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La furia del mondo - testo 3

 

Lo scalpiccio dei loro passi nella chiesa deserta. Dietro l'altare, per la scaletta a chiocciola, erano saliti oltre il pulpito, alla balconata dell'organo. Abel non aveva mai guardato dentro la chiesa di lassù; sporgendosi appena, poteva vedere sotto di sé il baldacchino del pulpito, la raggiera al centro della quale era il triangolo con l'occhio di Dio, e i tre putti che la reggevano; le cui teste e i dorsi delle ali erano coperti di polvere. Allungando la mano oltre il parapetto toccava le punte dei raggi, erano lunghe schegge di legno dorato. Alle spalle aveva avvertito un soffio, l'ansito del mantice, e voltandosi aveva visto il parroco con le maniche rimboccate e le braccia levate. Annette seduta davanti alle grandi tastiere spostava le leve dei registri; a un tratto aveva allargato le dita sui tasti, e l'ansito del mantice era affondato nel fragore: se Abel avesse dato retta al primo impulso, si sarebbe chiuso le orecchie con le mani… Lentamente il fragore delle canne era scemato liberando alcune note staccate, ma subito il rombo dei bassi le aveva travolte, nuovi accordi avevano investito il soffitto in tutta la sua lunghezza, che li aveva ripercossi facendo vibrare la massa dell'aria sottostante. Non era mai stato testimone di una sonorità come questa, ne sentiva l'onda sulla faccia e gli sembrava che le canne sopra di lui fossero per spaccarsi, che le note si gonfiassero e aggrumassero senza riuscire a sciogliersi, impossibile distinguere anche una sola delle melodie che poco prima il raspìo rauco del clavicordo gli aveva disegnate all'orecchio.
      Si affacciò al parapetto, le panche il pavimento lontani là sotto, ed ebbe una sensazione corporea di pieno, di suoni che rimontavano dal fondo della navata dove non si erano spenti. Guardò di nuovo indietro, la schiena di Annette, più in là Rupprecht Radebach alzava e abbassava il mantice, congesto, sudato, per dare altro fiato al boato dell'organo. Solo allora Abel si era accorto che quasi non si respirava nel calore stagnante della chiesa. A un tratto, come a refrigerio, note più leggere, di flauto o cornamusa, si erano sgranate nell'aria, presto attraversate e complicate di scale, poi di nuovo ingoiate da un rombo di accordi impetuosi.
      Una pausa, pochi istanti, Radebach si era passato il dorso della mano sugli occhi e sulla fronte, dando a vedere una larga chiazza bagnata all'ascella. Annette aveva spostato la leva di qualche registro e incominciato a sfilare con una mano, adagio, una linea melodica nitidissima, sostenendola poi con l'altra mano, ondeggiare tranquillo degli avambracci, e il parroco muovendo con meno foga il mantice gli aveva gridato: «Il primo tema della fuga!» L'aveva colto, sì, con le imitazioni, la ripetizione, che s'imprimesse bene, che al suo ricomparire lo si riconoscesse subito; ma già aveva lasciato il campo a un tema più rapido e risoluto, cominciava adagio anche questo, ma cresceva man mano a forte, «Questo è il secondo!» l'aveva avvisato il parroco rimettendosi con più lena al mantice, «fai bene attenzione, ora arriva il terzo!», e il terzo era arrivato, sonoro, ritmato, ribadito di accordi, squilli dalle canne, mentre dai bassi tornava a insinuarsi il primo tema, Annette aveva sbagliato qualcosa, tornata indietro, non importava, quella musica poteva sopportare un'interruzione, e anche l'altra seguìta poco dopo, continuava la musica, e di lì addossato al parapetto aveva visto lo sforzo enorme con cui Annette si storceva per non lasciare la tastiera mentre allungava e muoveva le gambe sulla pedaliera, il terzo tema aveva raggiunto festosamente i primi due, e dal contrappunto martellante nelle canne era esploso un diluvio di suoni, un grandioso nodo di voci, «Eccola Abel, eccola!» gli aveva urlato il maestro, e l'urlo era assordato nella musica, ma lui aveva capito ugualmente, la trinità, si era effusa nell'aria, l'aveva sentita legarsi dalle sue tre forme in una e conflarsi tutta in un grande accordo che voleva e non voleva chiudere la fuga.
      Soltanto a poco a poco si era ristabilito il silenzio, quasi che l'aria calda e satura di suoni non volesse privarsene e continuasse a muovere tra il fondo e la cima della chiesa; e l'orecchio li coglieva, sorpreso da quella sensazione di un respiro che si ha talvolta in riva a un lago o davanti a un prato alla brezza della sera.
      Annette aveva voltato la schiena alle tastiere dell'organo sorridendo dalla faccia lucida di sudore. Il suo braccio steso all'indietro aveva lasciato scivolare sulla tastiera e di lì a terra una cosa bianca, il fazzolettino infilato nella manica, e prima che Abel avesse tempo di capire e decidersi, si era chinata a raccoglierlo e se l'era premuto tra il naso e il labbro superiore.
      Il maestro Radebach lasciato il mantice le si era avvicinato: «Grazie Annette, sei stata bravissima!» Ansava per la fatica, forse anche per l'emozione. E a lui: «Hai sentito, Abel? Qui si capisce perché Lutero dice che l'orecchio è il vero organo del cristiano!»
      In piedi com'era, si era curvato sulla moglie e le aveva toccato con le labbra i capelli; lei come a ricambiare aveva alzato la mano col fazzoletto per asciugargli il collo, la fronte.

(Da La furia del mondo, Feltrinelli, Milano 2006, p. 321-322; © Cesare De Marchi)

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