Cesare De Marchi
 
 
 
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La malattia del commissario - testo 2

 

«Apri il cassetto del tavolo...» ripigliò il drogato con la voce strascicata. «C'è una busta gialla… sì, quella… aprila, Leandri, saprai l'ultima cosa di me… non ne seguiranno altre. Lo sperato oblio di me stesso, il punto fermo a questo sproloquio interiore che è la mia coscienza… La radiografia, sì, guardala.»
      Il commissario sfilò dalla busta la lastra spessa, un po' viscida, la cui nerezza appariva appena schiarita dalle umbratili tracce di un corpo, e la alzò verso la luce.
      «Vedi, sulla sinistra», continuava Bonazzi, «la chiazza del fegato… col margine irregolare? Nell'ecografia si vedono delle macchioline… chiare, inequivocabili. Anche quella è nella busta.»
      Il commissario intravvide, nel buio della celluloide, affiorare l'inconsistenza di una figura umana. Poi, dal fondo della busta, estrasse ancora il quadratino della polaroid dal sottile contorno bianco, come una innocua foto-ricordo, e vide, in mezzo alle fitte striature grigiastre che al suo occhio non si definivano in organi, piccoli grumi bianchi.
      «Le vedi, Leandri, le vedi? Guardale bene, sono metastasi.»
      Era lì in piedi, il commissario Leandri, rivolto alla finestra, reggendo assorto tra le mani gli oggetti che aveva smesso di osservare. Gli sembrava incredibile che quelle vane metafore del corpo umano riproducessero un fatto reale. Se quegli incerti segni avessero riguardato lui, avrebbe potuto altrettanto bene impazzirne che respingerne ciecamente il significato. Ma al tempo stesso non poteva fare a meno di chiedersi che cosa avrebbe visto un occhio se la massa palpitante di quel fegato fosse stata messa a nudo.
      «Sono queste, non è l'acido, a farmi morire. Non so perché; non so cos'hanno queste metastasi da impedire la tranquilla vegetazione del mio sacco di carne. Non voglio neanche saperlo… e chi lo vorrebbe? per quanto se ne sbatta della morte… e di tutte le cerimonie della sofferenza e della disperazione che la accompagnano… Ma i medici, loro mi hanno usato la elementare pietà della menzogna… mi hanno detto che dei calcoli epatici, che bisogna operarli… un grande sforzo di fantasia…»
      Aveva calato un'altra volta il mento sul petto in quello che sembrava un ritorno di torpore; ma di colpo si contrasse tutto in uno spasmo, irrigidendo le braccia, spalancando gli occhi:
      «Affanculo!» arrangolò fuori di sé: «sì, sì, tutti affanculo! i bastardi! Per chi m'hanno preso? per una delle loro vittime abituali… ignoranti e bestiali? credono che io non sia capace di capire il loro gergo altisonante, con cui sanciscono il sacrificio inevitabile del malato sull'altare della loro impotenza? Perché questi maledetti… dopo avermi dato la meschina consolazione della sopravvivenza… non si sono dati il disturbo di falsificare il referto… no! quello l'hanno lasciato tale quale, con tanto di nome e data di nascita e numero di cartella… che non ci fossero dubbi che lo spacciato sono io… Cosa gli costava? Anche se a me non me ne frega niente di crepare, anzi lo desidero… bastardi! Cosa gli costava? Guardalo il referto, leggi… lì dentro, insieme agli esami: "Metastasi da carcinoma primario non localizzato"; il carcinoma non lo hanno trovato, ma le metastasi sono lì, vere, fuori di dubbio: altro che calcoli, Leandri! questa è la morte… basta Paolo Bonazzi, niente più chiavate, niente viaggi… una finestra su questo schifo di mondo che si chiude… e nessuno ci si potrà più affacciare, mai più.»
      Il commissario guardava tacendo, in piedi, nell'attitudine leggermente ingobbita indotta dalla stanchezza o dal turbamento: avvertiva nell'altro, contro tutte le sue proteste e negazioni di vita, uno spavento smisurato; e provò compassione di lui, nel quale ogni traccia di malvagità veniva meno al cospetto perentorio della sofferenza.
      «Tu dici che non è una gran perdita», continuò Bonazzi senza voce, «e io ti do ragione, dal fondo del mio cuore. Con me il numero dei parassiti di questa stupida farsa diminuisce di una unità… è un vantaggio per la vostra società, per tutti voi… Ma io le mie trippe non me le faccio sbuzzare, non mi presto al loro gioco… aprirmi e richiudermi come una cerniera lampo… e dirmi che m'hanno levato i calcoli, che posso vivere tranquillo… Sì, una tranquillità assoluta! bastardi! E io invece crepo intatto, con tutte le mie viscere al loro posto, chiuso nella dignità del mio corpo…»
      Si svagò un ultimo istante, ormai farfugliando.
      «Chi sa, Leandri, forse a quest'ora sarebbero già incominciati i dolori, le crudeltà della malattia… se non mi cibassi dell'acido… veramente, il mio solo liberatore…»
      Si abbandonò supino e non diede più segno di volontà.

(La malattia del commissario, Sellerio, Palermo 1994, pp. 76-79. © Cesare De Marchi)

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