Cesare De Marchi
 
 
 
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La malattia del commissario - testo 3

 

Tacque qualche momento, e il commissario poté osservare come, a metà del collo, il pomo d'Adamo gli fervesse di sussulti sgusciando ripetutamente da sotto il fiocco della farfalla, in una parvenza d'inverosimile commozione.
      «E a proposito di poeti», ripigliò di colpo, «ricorda dai tempi ingloriosi della scuola le nostre letture manzoniane? Non il noiosissimo Manzoni romanziere, non l'oscurantista veneratore di quella rudimentale provvidenza che ficca il naso nelle faccende umane a colpi di pestilenze e di bubboni; non lui, ma il dolente cantore di Svarto?»
      «Svarto?»
      «Sì, Svarto, il traditore di Adelchi: l'ultimo anno, prima della maturità, si fece una lettura drammatica della tragedia in aula magna, per tutta la scuola… Io facevo Svarto, per questo la cosa mi è rimasta impressa. Forse il nostro stupido professore credeva di avermi affidato una parte insignificante, a ragion veduta, dato che giudicava me insignificante; e invece che scoperta, dottor Leandri! Il sinistro personaggio ha letteralmente preso la mano al suo torpido e bigotto autore. Svarto non è che un cavaliere gregario, lo sa, lui stesso si definisce così; e usa un'immagine molto efficace per descrivere il proprio stato: il suo nome sta in fondo a un'urna coperto da mille altri, ed è matematicamente impossibile che la mano della fortuna lo peschi e lo porti su, in superficie, tra i nomi dei potenti. L'unico modo, dice, di salire a galla dal fondo è scuotere ben bene l'urna, sconvolgere tutto, per far calare in basso quello che stava sopra e pigliarne il posto. Svarto è un realista, la sua mentalità è, tra tutte, la vincente: il suo re se ne vada pure in catene, e il principe Adelchi crepi contento, invasato com'è del paradiso, ma quanto a lui, un'occasione così non se la fa scappare! Sarà duce, conte, che so io… ma un potente, finalmente. Certo, ragiona ancora in termini di potere, ma bisogna pensare che a quei tempi il denaro non aveva che una circolazione asfittica, e che la sola ricchezza possibile derivava dal controllo politico di una qualche terra. È così che ci si fa strada, dottor Leandri, oggi come e più di allora… gli scrupoli, i timori, i pregiudizi morali, sono i peggiori nemici del progresso, e l'umanità ha sconfitto da un pezzo le vie traverse e i sotterfugi arcaici della provvidenza.» Indugiò qualche momento a guardare il commissario. «Mi scusi se sono stato un po' crudo, ma davvero non credo che abbia senso sigillarsi gli occhi. E del resto, come dico, io per mia fortuna parlo del tutto accademicamente di queste cose, da spettatore imparziale, che non ha avuto bisogno dei metodi di Svarto…»
      Rimasero in silenzio, uno accanto all'altro sulle poltroncine di damasco bianco: l'uno con la dura anima aperta e le sopracciglia sollevate, l'altro agghiacciato nella sua malinconia.
      «Perché mi dice tutto questo?» chiese alla fine il commissario.
      «Perché, dottor Leandri? perché? Diciamo che provo… mi è perfino difficile dirlo… provo per lei qualcosa che si avvicina alla compassione.»
      «Compassione di me?»
      «Non se l'abbia a male, la prego. Lei ha l'aria fragile, come se fosse un indifeso, un inguaribile idealista.»
      «E a lei preme tanto la mia educazione alla vita reale, la ringrazio!»
      «Non la pigli così per favore; gliel'ho già detto, le parlo col cuore in mano.»
      «E così col cuore in mano e con molte sottigliezze filosofiche viene a spiegarmi la potenza del denaro, senza pensare che io, per quanto ingenuo e idealista, sono abituato ad avere a che fare tutti i giorni con assassini.»
      «Sì, mi scusi, io ho il torto di immaginare che per un commissario di pubblica sicurezza il denaro non sia molto di più che la refurtiva di una rapina. Forse non è così, forse lei è un freddo persecutore di delinquenti. Eppure a me lei dà l'impressione di uno che non vuole semplicemente acciuffare questo o quell'omicida, ma che ha in mente di sconfiggere l'omicidio.»
      Leandri chinò la testa, osservando le proprie mani intrecciate, strette da far dolere le dita, testardamente. Poi disse quasi tra sé: «E le sofferenze umane, nel quadro che lei ha dato del mondo, non hanno posto…»
      «Per avere una funzione, ce l'hanno… servono a chi è capace di trarne beneficio. Salvo che purtroppo chi soffre e chi ne beneficia di rado sono le stesse persone.»
      «La funzione del concime, vero?»
      «Non è un parto della mia fantasia o della mia volontà, dottor Leandri: la funzione del concime, è così. Ma l'alternativa a questa verità, ci pensi bene, sarebbe solamente che la sofferenza non ha nessun valore del tutto.»
      Il commissario mantenne ancora per qualche poco la caparbia posizione del corpo. A un tratto alzò la faccia e ringraziò l'ingegnere per la collaborazione: non aveva altro da chiedergli, disse, e non era necessario scomodare sua moglie per avere conferma della telefonata di Enza Gorla.

 

 

(La malattia del commissario, Sellerio, Palermo 1994, pp. 160-163. © Cesare De Marchi)

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