Cesare De Marchi
 
 
 
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La malattia del commissario - testo 4

 

Era lui, l'architetto, alto e atletico, con una gran capigliatura bionda che gli fiammava dalla testa. Quando furono più vicini, gli scese incontro con le braccia aperte: «Sei tu! sei proprio tu!», e gli afferrò le spalle per tirarlo alla giusta distanza e scrutarlo comodamente. Aveva una faccia lustra e ridente che raggiava nella cordialità; luminosi occhi infantili sotto i quali apparivano incongrue le due piccole borse scure; la sua voce sussultava e a tratti squillava, identica dal fondo della memoria.
      «Non sei cambiato per niente! un tenero commissario in miniatura, austero e taciturno, appena uscito dall'età puberale!» E continuava a brancicarlo, quasi se lo rigirava davanti, piegando su di lui la testa, di tutta la quale lo superava. «Sono contento, non credevo alle mie orecchie quando hanno telefonato… una visita del commissario Leandri, con quella voce militare che uno, a sentirla, la prima reazione è di farsi l'esame di coscienza, oddìo qualcosa devo aver fatto se la polizia si interessa a me… Sei proprio tu!» E questa volta gli allungò, con la mano nervosa e delicata, una pacca sulla spalla. «Quant'era che non ci vedevamo, di'? Dai tempi del liceo, più di vent'anni… ma no, all'università ci eravamo visti ancora, ti ricordi?»
      […]
      «Guardi la villa?» gli disse l'architetto, che lo stava osservando coi chiari occhi sgranati.
      Affondata nel verde del giardino, la villa, lì dal chiosco, la si indovinava appena; solo l'altana, in alto, emergeva dalle cime folte delle piante: due piccoli archi divisi da una colonnina bianca, sotto un lembo di tegole spioventi. Leandri, tornando presente, fece a caso un cenno di assenso.
      «Ti piace, eh?» riprese l'altro. «Non l'ho progettata io, naturalmente. Questa è roba di lusso, un finto Rinascimento di inizio secolo: la grassa borghesia di Milano durante l'estate preferiva lasciare i miasmi e le zanzare dei navigli e rifugiarsi in campagna; e per quei tempi qui andava benissimo, ci si arrivava in ferrovia e si aveva il fresco assicurato nel giardino. Io mi sarei rotto le palle dopo due giorni, ma allora, lo saprai, i costumi erano più semplici, anche quelli dei ricchi.»
      Vuotò per la seconda volta il bicchiere, in cui il ghiaccio ormai aveva finito di sciogliersi.
      «Be', ti chiederai come me la sono fatta una villa così. Il merito principale è del babbo, che ha pensato bene di lasciarmi inconsolabilmente in possesso di un mucchio di liquidi: e io li ho diligentemente investiti in questo immobile. Un po' di merito, però, è anche mio, che una volta con le spalle al sicuro ho lasciato il vecchio posto di arredatore e mi son messo a progettare giocattoli in muratura per i cialtroni di qui. Cosa pazze, assolutamente pazze! Non che io sia partito con idee precise e con la volontà di far colpo sugli sprovveduti; e neanche mi credevo un Le Corbusier, con la mano sul cuore posso dire che la superbia è l'unico vizio capitale che mi sia del tutto estraneo… ma erano loro, i miei clienti, a esigere le costruzioni più strampalate, non importa se antifunzionali, brutte, costose, per la libidine di farsi notare erano pronti a qualunque sacrificio. Del resto è comprensibile, gente greggia, appena scalfita dalla civiltà e improvvisamente arricchita, cosa vuoi che se ne faccia del buon gusto? Mi ricordo uno dei primi. Un omiciattolo tozzo, con le mani grosse e livide e il naso da avvinazzato, ci capivamo quasi solo a gesti perché non parlava che un dialetto infarcito di bestemmie: al momento di scegliere il bidè, e io ci avrei giurato che un bidè non lo aveva mai visto prima, ne ha voluto uno enorme, tutto curvo e ricurvo, con le manopole e il rubinetto di finto oro; gli piaceva talmente che se lo sarebbe messo su un piedistallo in mezzo al salotto. E quei due fratelli… devi averle notate, lungo la ferrovia, le due villette a forma di dischi volanti… l'idea è stata mia, devo dirlo a mio onore, dopo un faticoso colloquio di un'ora in cui erano riusciti a spiegarmi soltanto che volevano due case uguali ma che non sembrassero proprio delle case, ho avuto l'illuminazione, io: ho afferrato l'arcano della loro rudimentale psicologia e ne ho tratto, anzi spremuto le estreme conseguenze. Avresti dovuto vederli quando gli ho presentato il progetto: felici! si pisciavano addosso dall'agitazione! non vedevano l'ora, non gli pareva vero di andare a vivere in quelle due uova schiacciate con le quattro zampe di cemento armato piantate nell'erba del giardino.»
      Nel tentativo di bere dal bicchiere già vuoto, Prizzi gettò tutta la testa indietro inondandosi leoninamente di capelli le spalle: desistette ridendo e tornò a versare dalla bottiglia.
      «E la fabbrica di lampadari, l'hai vista? Mia anche quella: un esempio geniale di come problemi elementari si possano risolvere in modo elementare. Volevano uno spazio per esposizione il più grande possibile: subito serviti! Un immenso cubo con la facciata tutta a vetro, e dentro in mostra quella selva di palle di tutti i colori… no, quelle non sono mie, purtroppo: i lampadari li fabbricano di testa loro; ma non se l'è mai sognata nessuno una vetrina così, uno show-room, come dicono qui: sai, l'inglese fa più provinciale. Comunque per non vederlo dalla strada o dalla ferrovia, quello show-room, bisogna girare la testa dall'altra parte, letteralmente, cosa che del resto io ho cura di fare ogni volta. Sì, Luigi, hai di fronte uno dei più accaniti e richiesti deturpatori del Varesotto: non lo dico per falsa modestia, è la pura verità: chiamando le cose col loro nome, il mio è vandalismo architettonico; e non me ne vergogno. È semplicemente una legge di mercato, domanda e offerta: questi villani rifatti, con le tasche gonfie di quattrini, per me sono un libro aperto, conosco a menadito le loro circonvoluzioni cerebrali dove si annidano le loro idee sul mondo e le loro visioni estetiche. So tutto quello che possono desiderare, li prevengo e li rendo felici, col che, fra parentesi, faccio felice anche me stesso, parlando venalmente. E cosa dovrei fare? offenderli? dirgli che sono delle teste di legno e mandarli a farsi fare la casa da qualcun altro? Eh no; io sono un superficiale, ma non un matto: ogni paese ha l'architettura che si merita, e io mi adatto e sopravvivo, nel rispetto assoluto della legge di Darwin.»
      Leandri non lo ascoltava più; temperava la sua sorda e un po' inerte impazienza succhiando lunghi sorsi di vino. Era ancora gelato, il suo vino, dai cubetti di ghiaccio che aveva aggiunto, oziosamente, man mano che i precedenti si sfacevano, e gli comunicava una dolce sensazione di leggerezza. Aveva rinunciato a interrompere l'inesauribile Prizzi e si limitava, di tanto in tanto, a cercare di catturare gli occhi che l'altro, eccitato, girava di qua e di là, come se inseguisse davanti a sé nello spazio reale il fantasioso filo del suo monologo.
      «Certo la vita a Tradate non è il massimo della felicità», continuava già: «ma devi considerare che per mia moglie è soddisfacente e per i figli è un bello sfogo: il giardino, il bosco sull'altopiano qua sopra; e quanto a me, il muo sfogo sono anche più libero di pigliarmelo altrove: esigenze di lavoro, dico, categoriche e indiscutibili; faccio la mia valigetta e via, un giorno, tre giorni, dieci giorni, che me ne importa! La vita pulsa fuori di qui, a Milano, a Venezia, a Parigi… e ogni volta per me è un viaggio di nozze. Sissignore; anche se le sposine d'occasione non sono sempre ventenni, come lamentavo prima. Chi si contenta gode. Come vedi ti racconto i fatti miei, anche se tu ti rifiuti di ricambiare… Sei sempre chiuso come un riccio, con me non dovresti proprio, in nome dell'amicizia di lunga data che ci lega, e oggi rinfrescata con mia grande gioia, davvero…»
      E alzando il bicchiere aveva gli occhi enfaticamente lucidi. Non si accorse nemmeno che Leandri non imitava il suo gesto.
      «Quanto alla mia signora, la cui conoscenza ormai ti sovrasta essendo quasi ora di pranzo… quanto a lei, ignoro se sappia che mi sposo così spesso», (rise), «ma, in secondo luogo, i suoi sentimenti in proposito non mi toccano… sarebbe come dire che me ne frego, per l'esattezza… e in primo luogo sono profondamente certo che una moglie che gode di vacanze perenni in una villa come questa, circondata dall'affetto di un figlio maschio e di una figlia femmina nonché dall'indifferenza di un marito garbato, non chiederà mai la separazione legale. Non sono un cinico, Luigi, ma insomma la sede privilegiata della dignità umana è il benessere; è inutile nascondercelo. E così io sono in una botte di ferro: e, detto fra noi, non mi sento neanche in torto.» Guardò l'orologio. «Sarà meglio avviarci, quando ritardo a tavola c'è caso che mia moglie sgridi la cuoca… non ho mai capito perché: forse per far provare rimorso a me. Mi aiuterai a sopportare per un'ora il triste mastichio di famiglia, poi ci rimetteremo qui al fresco e allora non mi sfuggirai, dovrai dirmi tutto di te, mio caro investigatore!»
      Leandri colse finalmente il suo sguardo vagante: «Questo non è possibile, mi dispiace. Sono in servizio, lo sai, devo rientrare.»
      Il loquace si adombrò di colpo; lo lasciò andar via senza parlare.

 

 

(La malattia del commissario, Sellerio, Palermo 1994, pp. 105; 120-125. © Cesare De Marchi)

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